Concorrenza Sleale: Normativa e Atti

Spero che questo articolo ti piaccia. Se desideri un’analisi personalizzata del tuo caso da parte di uno dei nostri esperti o vuoi approfondire il metodo di lavoro del nostro studio, contattaci qui per una consulenza riservata.

Giovanni ADAMO | avvocato civilista e titolare

concorrenza sleale illustrazione
Di cosa parliamo

La concorrenza sleale è l’insieme degli atti compiuti da un imprenditore in violazione dei principi di correttezza professionale, con lo scopo di danneggiare i concorrenti o di appropriarsi indebitamente dei loro clienti, della loro reputazione o delle loro risorse. È disciplinata dall’art. 2598 del codice civile e può dare origine a un’azione inibitoria d’urgenza, al risarcimento del danno e alla pubblicazione della sentenza di condanna.

Concorrenza sleale: cos’è e come difendersi?

Se un concorrente sta copiando il tuo prodotto, sottraendo i tuoi dipendenti chiave o diffondendo notizie false sulla tua azienda, non stai subendo soltanto un danno commerciale: stai subendo un illecito civile. La concorrenza sleale è un reato contro l’imprenditore onesto, e la legge italiana offre strumenti efficaci per fermarlo anche in via d’urgenza, prima che il danno economico diventi irreversibile.

Cosa significa concorrenza sleale?

La concorrenza sleale si verifica quando un imprenditore, per acquisire vantaggio sul mercato, adotta comportamenti contrari alla correttezza professionale. Non si tratta di semplice competizione aggressiva, che è legittima e anzi sana per il mercato: si tratta di condotte che violano le regole del gioco, sottraendo valore a chi ha investito con lealtà nel proprio settore.

Il confine tra competizione lecita e concorrenza sleale non sempre è immediato da tracciare. Per questo la legge ha individuato categorie precise di atti vietati, con criteri che la giurisprudenza ha progressivamente affinato.

La normativa relativa alla concorrenza sleale

Il riferimento principale è l’art. 2598 del codice civile, che individua tre categorie di atti di concorrenza sleale: gli atti confusori, gli atti di denigrazione e appropriazione di pregi, e ogni altro atto contrario ai principi della correttezza professionale. A queste si affiancano le disposizioni del Codice del Consumo in materia di pratiche commerciali scorrette e la normativa sui segreti commerciali (D.Lgs. 63/2018).

Quali sono i tipi di concorrenza sleale? Esempi

Le forme più comuni di concorrenza sleale riguardano l’imitazione dei prodotti, la denigrazione del concorrente, lo sfruttamento di informazioni riservate e lo storno sistematico di dipendenti. Nei paragrafi seguenti analizziamo ciascuna categoria con i criteri giuridici che le definiscono e le prove utili a sostenerle in giudizio.

Imitazione servile

L’imitazione servile si verifica quando un concorrente riproduce quegli elementi estetici non funzionali del tuo prodotto o del tuo packaging che ne costituiscono il tratto distintivo sul mercato. Non è necessario che i prodotti siano identici: è sufficiente che la somiglianza sia tale da generare confusione nel consumatore medio, inducendolo a credere di acquistare il prodotto originale.

Gli elementi rilevanti sono il colore, la forma, il lettering, la disposizione grafica degli elementi e qualsiasi caratteristica visiva che identifichi il tuo brand agli occhi del cliente. Un concorrente che copia sistematicamente questi elementi non sta solo imitando: sta rubando la tua reputazione. In casi recenti è stato possibile ottenere il sequestro d’urgenza di intere partite di merce sulla base della sola sovrapponibilità visiva tra prodotti.

Per approfondire: Imitazione servile: quando è concorrenza sleale

Denigrazione e appropriazione di pregi

La denigrazione consiste nella diffusione di notizie false o tendenziose sulla solidità finanziaria, sulla qualità dei prodotti o sull’affidabilità di un concorrente, con lo scopo di sottrarne i clienti. Bastano poche comunicazioni mirate ai tuoi contatti commerciali per avviare un processo di erosione della reputazione difficile da arginare.

L’appropriazione di pregi è il rovescio della medaglia: il concorrente si attribuisce certificazioni, riconoscimenti, esperienze o metodologie che appartengono a te, alterando la percezione del valore relativo tra le due offerte. Utilizzare i tuoi case study come se fossero propri, oppure vantare standard qualitativi che solo tu possiedi, è una forma di concorrenza sleale con effetti diretti sulla tua capacità di acquisire nuovi clienti.

In entrambi i casi, la prova più solida è la testimonianza scritta dei clienti che sono stati contattati dal concorrente: una dichiarazione diretta vale molto di più di qualsiasi analisi interna.

Sfruttamento di segreti

Lo sfruttamento illecito di informazioni riservate include l’utilizzo non autorizzato di segreti commerciali, know-how tecnico, listini prezzi, dati sui clienti o strategie di prodotto. Questa forma di concorrenza sleale si sovrappone spesso allo storno dei dipendenti: chi lascia l’azienda portando con sé dati riservati non viola solo il patto di riservatezza, ma commette un atto illecito ai sensi del D.Lgs. 63/2018 e dell’art. 2598 c.c.

Per approfondire: Segreti commerciali e concorrenza sleale

Altre pratiche scorrette

Accanto alle fattispecie classiche dell’art. 2598 c.c., esistono comportamenti che la giurisprudenza ha progressivamente ricondotto alla concorrenza sleale pur non essendo esplicitamente elencati nel codice. Tra questi figurano il parassitismo commerciale (sfruttare sistematicamente gli investimenti altrui senza copiare direttamente), l’interferenza contrattuale (indurre i clienti del concorrente a sciogliere i propri contratti), e le campagne di recensioni false organizzate per alterare la reputazione online di un competitor.

Il criterio residuale della correttezza professionale, contenuto nell’ultimo comma dell’art. 2598, consente ai giudici di intervenire anche su condotte nuove che non rientrano nelle categorie nominate, purché siano contrarie ai principi etici del settore.

Quando un dipendente fa concorrenza sleale?

Assumere un ex dipendente della concorrenza non è di per sé illecito. Diventa concorrenza sleale quando il concorrente agisce con il cosiddetto animus nocendi: la volontà specifica di disorganizzare e destrutturare l’azienda avversaria, svuotandola delle competenze chiave.

Lo storno illecito si riconosce da alcuni segnali precisi: il reclutamento sistematico e contemporaneo di più figure strategiche, l’uso di informazioni interne per identificare i profili più dannosi da sottrarre, la promessa di benefici economici calcolati sui dati riservati del datore di lavoro originario.

In un caso assistito dallo Studio Legale Adamo, un intero reparto stava per migrare verso un competitor in modo coordinato: la tracciabilità delle comunicazioni tra il concorrente e i dipendenti ha permesso di ottenere un provvedimento d’urgenza che ha bloccato il tentativo prima che si completasse.

Per approfondire: Concorrenza sleale da parte dei dipendenti

Come si prova la concorrenza sleale?

La prova della concorrenza sleale richiede di dimostrare tre elementi: l’esistenza dell’atto illecito, il nesso causale con il danno (o la potenziale idoneità a causarlo) e la qualità di imprenditore del soggetto leso.

Una delle novità più rilevanti della giurisprudenza recente riguarda proprio il terzo elemento. La Corte di Cassazione ha consolidato il principio secondo cui, ai fini dell’inibitoria d’urgenza, non è necessario dimostrare che il danno economico si sia già verificato: è sufficiente che l’atto di concorrenza sleale sia potenzialmente idoneo a danneggiare il concorrente. Questo consente di intervenire in via preventiva, bloccando l’illecito prima che incida sul fatturato.

Sul piano pratico, le prove più efficaci sono: comunicazioni scritte (email, messaggi, offerte commerciali), testimonianze dei clienti contattati dal concorrente, documentazione fotografica o campioni dei prodotti imitati, report di monitoraggio dei flussi di personale.

Quali sono le conseguenze della concorrenza sleale?

Chi compie atti di concorrenza sleale è esposto a conseguenze su tre fronti distinti.

Il primo è la tutela inibitoria: il giudice può ordinare la cessazione immediata dell’attività illecita, anche in via d’urgenza con decreto inaudita altera parte. I tempi, con una strategia processuale corretta, possono essere inferiori a 30 giorni dall’istanza.

Il secondo è il risarcimento del danno, che può essere quantificato sia sui profitti persi dall’imprenditore leso sia sui guadagni ottenuti illecitamente dal concorrente. La giurisprudenza ammette il ricorso alla valutazione equitativa del danno quando la prova precisa dell’ammontare è oggettivamente difficoltosa.

Il terzo è la pubblicazione della sentenza di condanna, che costituisce una forma di riparazione reputazionale: il giudice può ordinare che la condanna venga pubblicata su testate di settore o comunicata direttamente ai clienti e ai fornitori coinvolti.

Pensi di essere sotto attacco da parte di un concorrente? Contatta lo Studio Legale Adamo per una preanalisi tecnica del tuo caso: valutiamo se ci sono gli estremi per un’azione d’urgenza e costruiamo insieme la strategia più efficace per proteggere la tua impresa.

contatta lo studio

Richiedi una consulenza

Vi contatto in qualità di:




La consulenza prevede un approccio metodico e personalizzato. Conferma di necessitare di una consulenza completa?